Il cuore oltre le cascate

Lun, 02/01/2017

Mi chiamo Bianca Maria Tabacchiera, nel 2000 conobbi AGAPE, Mario e Anna Maria Verardi, Paolo Vanini e gli altri più o meno giovani volontari. A 37 anni avevo ritrovato la fede da poco ed ero ansiosa di riempire di senso la mia vita, alzare lo sguardo dal mio “ombelico”.

Nonostante la mia razionalità, l’amore che si percepiva in AGAPE mi conquistò subito; era chiaramente la risposta alle mie preghiere.

Frequentando l’associazione mi resi presto conto che le esigenze erano molte, e vincendo non poche resistenze interne lasciai il freno a mano che in altri ambiti tengo sempre tirato e mi lanciai…

Da allora la mia vita è cambiata profondamente e anche se dal 2010 non ho più alcuna responsabilità in associazione, il mio affetto, la mia fiducia e gratitudine per AGAPE sono immutati.

Mi è stata chiesta una retrospettiva dei 10 anni di volontariato attivo vissuto come referente delle iniziative sostenute a Foz do Iguaçu (Paraná, Brasile).  Ho pensato di supportarmi anche offrendo stralci delle relazioni/lettere che redigevo con il supporto degli altri volontari per aggiornare i sostenitori italiani.

Quei documenti, infatti, riportano le emozioni a caldo come le vivevo sul momento, e mi sembra il modo migliore per rivivere l’esperienza.

Oggi sono moglie felice di un altro volontario AGAPE, Franco Barletta, e con lui mamma fiera ed innamorata di due splendide ragazzine di 11 e 13 anni che abbiamo adottato in Brasile nel 2012.

Anche se le mie figlie provengono da una regione del Brasile in cui AGAPE non opera, non posso far a meno di pensare che l’incontro con loro è anche frutto indiretto di quegli anni di volontariato attivo.

Ogni volta che ci penso mi commuovo all’idea di come la mia vita si sia aperta grazie ad AGAPE.

I doni che ho ricevuto durante e dopo l’esperienza sono assolutamente incomparabili rispetto al poco che ho dato.

 

Oggi, per voi e con voi, riapro quelle pagine intense di vita.

 

Il 31 luglio del 2001 è impresso nella mia mente e nel mio cuore.

Partivo infatti con un altro giovane volontario AGAPE, verso un’esperienza assolutamente nuova e per la quale mi sentivo impreparata.

Il cuore mi diceva però che era giusto andare, e, dopo aver preso qualche lezione privata di  portoghese, salii con Franco sull’aereo che ci avrebbe portato a Foz do Iguaçu, nota ai i turisti per le cascate meravigliose, ma ad AGAPE, invece, per la Casa Família Maria Porta do Céu, costruita nel 1995 da un gruppo di volontari italiani (tra cui il nostro Mario Verardi) per accogliere i bambini di strada della zona.

Dal 2000 la casa, dopo un lungo periodo di chiusura ed abbandono, era tornata a vivere con le Suore Scalabriniane e, grazie ad un provvidenziale quanto casuale incontro con suor Leida, la notizia era arrivata ad AGAPE insieme ad un appello di aiuto, subito raccolto.

Così eccomi con uno sconosciuto verso una meta “strana” … partita per fare non sapevo bene cosa…né per chi.

Passammo tre settimane ad osservare ed ascoltare adulti impegnati e generosi e bambini in difficoltà ma sorridenti e vitali.

Ecco cosa ero andata a fare: a conoscere, a innamorarmi dei bambini e di chi viveva per loro.

Non c’è incontro senza conoscenza. Non c’è amore senza incontro. Non c’è aiuto vero senza amore.

A Foz iniziammo una “storia d’amore e amicizia” con due istituti di accoglienza di minori in difficoltà: la Casa Família Maria Porta do Céu e la Comunidade dos Pequenos Trabalhadores , affidata ad un frate francescano, Frei Pedro.

Io sarei poi stata la referente dei progetti legati ai due istituti fino al 2009, per lasciare il passo a Maria Pia Franco

Quel primo anno, andammo anche alla Casa do Menor, a  Nova Iguaçu, vicino a Rio de Janeiro, opera di Padre Renato Chiera autore di  “Meninos de rua”, il libro in cui racconta come la Provvidenza ha guidato un piccolo prete di Mondovì in una missione più grande di lui.

Ecco come concludevo la mia prima relazione :

 “In 21 giorni passati in Brasile non ho mai avuto paura. Sempre ho sentito e visto amore intorno a me, anche, anzi soprattutto, tra gli ex disperati salvati ora dalle suore di Foz, ora da frei Pedro, ora  da Padre Renato.

 

Non so se sono riuscita a condividere con voi quello che volevo ma il mio viaggio è stato un grande dono.

Non ho riportato tristezza, ma gioia.

In tanta povertà ho trovato la vera ricchezza.

Tra la sofferenza ho trovato gioia.

Grazie per il supporto che date, spero che un po’ di questa gioia sia ora anche vostra”.

 

Da quell’agosto del 2001  sono tornata a Foz do Iguaçu tutti gli anni seguenti fino al 2009: tornavo a casa, Foz era un po’ anche casa mia.

 

Nel 2002 conoscemmo meglio le realtà che intendevamo sostenere:

la Casa Família Maria Porta do Céu (CFMPDC), con i suoi 30 minori circa, accolti in 4 case famiglie e le 10 famiglie individuate per il cosiddetto “supporto distribuito”, ossia il supporto a famiglie bisognose con minori

la Comunidade dos Pequenos Trabalhadores  (CDPT): costituita su iniziativa della comunità cristiana per accogliere i bambini e  gli adolescenti vittime della strada, orfani e sieropositivi.

Mentre la CFMPDC era collaborativa e propositiva, Frei Pedro, all’epoca responsabile del CDPT, era molto guardingo e faticava ad aprirsi.

Soprattutto, noi chiedevamo di poter ottenere le foto e le storie  dei ragazzi/e accolte nell’istituto per poterle riportare, come consuetudine nel sostegno a distanza, ai sostenitori italiani.

Frei Pedro era molto restio. Non riusciva  e non voleva raccontare le vite dei suoi ragazzi, cosparse di dolore e fallimenti; gli sembrava, ci diceva, di vendere le loro sofferenze.

Tanta preoccupazione ci sembrava assolutamente degna di rispetto, ma replicavamo che le storie dei ragazzi servivano solo ad aprire un varco di amore, carità e sostegno tra i due mondi.

Lui rivendicava il nostro aiuto per amore di giustizia. E basta. E aveva ragione.

 

D’altronde noi ribadivamo che l’aiuto era dato a tutti i ragazzi dei programmi e non solo a quelli “associati” ai sostenitori. Eravamo attenti a non creare false illusioni nei bambini/ragazzi che potessero ferirli ulteriormente (quali, venire in Italia, crearsi un futuro qui, avere qui un sostegno che risolvesse i loro problemi). L’importante a nostro parere era che ogni ragazzo sapesse che qualcuno lo aveva a cuore; bisognava avere fiducia nei nostri sostenitori, negli operatori locali e nei bambini/ragazzi, che sapevano essere estremamente sensibili ed attenti a non alimentare le temute illusioni.

 

E’ il famoso legame tra Nord e Sud del Mondo, che tanti grandi continuamente discutono, ma che noi piccoli possiamo realizzare concretamente . Un legame che non deve implicare dipendenza, ma deve intendersi come un sostegno amichevole dato al debole  finché non riesce ad camminare dignitosamente con le sue gambe. E’ una spirale d’amore, che poi si sviluppa da sola.

 

Come sempre accade, però, anche gli ostacoli sono costruttivi. Le resistenze di Frei Pedro gettarono il seme in AGAPE per il “sostegno di gruppo”:  aiuti destinati direttamente al progetto anziché associati, seppure solo simbolicamente, al singolo bambino. E i sostenitori non mancarono.

 

Nel marzo 2003 tornai a Foz con Mario Verardi.

Quello fu l’anno della messa a punto di alcuni progetti, della presa di coscienza dell’infanzia violata (al CDPT erano accolte 4 adolescenti incinte di età tra 13 e 16 anni)  ma anche …della prima opera di  AGAPE a Foz…la costruzione del muro di cinta della casa di Graciele!

 

Ecco quello che scrivevo al mio ritorno:

“Foz per me è una piccolo fazzoletto di terra in cui si concentrano quelli che io chiamo “i Giganti”: persone che si dimenticano totalmente di loro stessi per servire il prossimo, con tanta naturalezza e serenità che sembra una scelta scontata.

Ed invece di scontato non c’è nulla.

Un’immagine può sintetizzare come vedo la cosa.

Mario in ogni casa in cui entrava notava che mancava il Crocifisso; in realtà credo che lì Cristo sia sempre presente, nelle persone. E’ questo che forse rende Foz così speciale.”

 

Nell’estate del 2004 tornai a Foz per la quarta volta.

Quell’anno, oltre al lavoro intenso con i referenti della CFMPDC per valutare le singole situazioni ed impostare i progetti futuri, con il CDPT feci due esperienze che mi toccarono il cuore.

Visitai il riformatorio e un istituto di accoglienza minorile pubblico. Mentre nel riformatorio percepii serenità e speranza, nella  casa di prima accoglienza del Comune, da cui erano passati  tanti bambini poi destinati per fortuna alla Casa Família o al CDPT, trovammo del personale che svogliatamente si trascinava per le stanze e bambini con occhi tristi. Non c’era traccia di gioia. Uscii di là molto arrabbiata! Oggi, ripensandoci da mamma, sono furente!

Quello stesso anno passò a Foz Mariagrazia, una volontaria milanese.

Mi piace riportare una frase della sua relazione di allora:

“Grazie a voi bambini della CFMPDC e a voi meninas del CDPT che attraverso i vostri problemi, violenze, infanzia negata aiutate tutti noi a sforzarci di diventare almeno un pochino migliori”.

 

Nel 2005 ebbi la gioia di essere accompagnata a Foz da due giovani amiche: Martina e Roberta.                Tornai a Roma molto serena, e felice di aver potuto constatare che i semini di amicizia, sostegno e

fiducia gettati negli anni passati stavano dando buoni frutti.

Per loro fu facile innamorarsi dei bambini …e viceversa…anche loro tornarono a casa cambiate …

Per restituirvi la sensazione di quell’esperienza vi propongo questo breve brano della mia relazione di allora:

“Nei giorni che ero al CDPT ha fatto molto freddo e, soprattutto, umido…

Non tutti i mali vengono per nuocere…perché tutto quel freddo ci ha regalato tanti momenti di intimità familiare in cui sedute intorno all’unica stufa a legna collocata nel patio, coperte come meglio potevamo, degustavamo un tisana calda tipica che si beve tutti dallo stesso contenitore (il chimarrao) e il pao de queso (pane al formaggio) fatto in casa dalle ragazze…

Quelli sono i momenti in cui le ragazze si aprono di più e raccontano o meglio, accennano, a qualche episodio della loro vita…sono momenti importanti nella pedagogia del CDPT, basata sulla condivisione e responsabilizzazione”.

 

Nel 2006 Foz vide andare e venire tantissimi volontari! Fu l’anno della costruzione di una casa per la CFMPDC.

All’inizio di settembre, infatti, partimmo Mario Verardi e io, e nei giorni seguenti ci raggiunse Martina, Manuela, Anna Maria (moglie di Mario) e Antonio.

Qualche giorno prima era stato a Foz un gruppo di volontari di ULAIA, un’associazione amica che aveva proposto corsi di shiatsu e di drammatizzazione-teatro ai ragazzi della CFMPDC e del CDPT.

Quando arrivammo noi c’era ancora il loro “profumo”…avevano lasciato una scia di positività che ci rallegrò molto!

A metà ottobre ci fu il cambio della guardia con tre nuovi volontari, Annarita, Carlo e Loredana.

 

Ognuno era venuto con uno scopo e tutti tornammo a casa con molto di più.

 

Oltre a verificare come ogni anno i progetti, AGAPE, nella persona di Mario, doveva coordinare e seguire i lavori per la costruzione di una casa famiglia per la CFMPDC, di circa 250 mq, in grado di accogliere 8/10 bambini.

 

Bello e molto intenso fu il giorno della cerimonia per la posa della prima pietra. Interrompendo un periodo di piogge intense, la giornata fu benedetta dal sole. Il mio cuore scoppiava di gioia a vedere che lì, a condividere questo momento importante per la Casa Família, c’era tutto il CDPT!

Quando ero a Foz, infatti,  il mio cuore era sempre diviso tra le due istituzioni che da anni accompagnavamo,  tanto amate quanto diverse e inizialmente un po’ in competizione!

 

Ecco cosa scrivevo:

“Come sempre, qui a Foz la gioia ed il dolore sono indistintamente uniti. Le notizie  belle e brutte si susseguono con un ritmo così incalzante che non sempre si riesce a metabolizzarne il senso.

Il mio pensiero va a Colberth, neanche ventenne, che non vedrò mai più. E’rimasto sull’asfalto di Foz, vittima del mondo violento da cui il CDPT non è riuscito a strapparlo.

Foz è una città tranquilla.

Apparentemente. In realtà la parte malata della citta  con la droga e la prostituzione uccide i suoi figli.

Il CDPT cura i figli già “colpiti”.

La Casa Famiglia cerca di salvare  i più piccoli, prevenendo…

E´ nel sorriso e nell’abbraccio di questi bambini che io trovo molto conforto e riposo. Le giornate sono lunghe e stressanti. Si viene qui con tante cose da fare e poco tempo. Ci inseriamo in un ritmo da pronto soccorso, ognuno con le proprie, giuste, pretese. Le suore, i funzionari, tutti gli operatori della Casa Famiglia ci accolgono con un sorriso, ma spesso le loro forze non sono sufficienti per tutto...Alla sera si arriva distrutti. Poi si va a trovare i bambini di una casa Lar [casa famiglia]. Sono 10 e ciascuno aspetta la letterina dell´amico/a italiana ed il suo regalino…

Quest’anno c’è una lettera per ognuno di loro. In  una maniera o nell`altra abbiamo fatto in modo che nessuno di loro fosse deluso!

Arriviamo. Ci vengono incontro. La stanchezza, lo stress, il nervosismo…vanno via!!

E’ per loro che siamo qui! E ne vale la pena!!!!!!!!!!!!”

 

Quello stesso anno al CDPT toccai con mano che tanti sforzi, degli operatori locali soprattutto, a volte erano vani. Ecco cosa scrivevo:

 ”Poiché ormai siamo parte della famiglia, anche il rapporto con i/le ragazzi/e è più facile. Sono speciali. Delicatissimi. Imprevedibili. Ormai sono quasi tristemente abituata, ma alcune di quelle ragazze con cui ho condiviso un pezzo di vita hanno tristemente scelto di nuovo la strada, nonostante la luce di speranza che per qualche ora, giorno, o settimana, aveva brillato nei loro occhi. Alcune di loro scelgono di non darsi una chance, rifiutano le proposte che il CDPT fa loro. Rifiutano i limiti che vengono loro posti per salvarle. E scappano. Tra le ospiti c’era una ragazza di 14 anni, provocatrice e violenta. Vittima e carnefice. Non c’è stato modo di trattenerla. Figure come la sua fanno tremare la missione, perché sanno come muoversi tra le autorità di Foz e sanno come mettere la missione in cattiva luce se non nei guai seri…Come aiutarla? Con lei, figura carismatica, sono andate via altre ragazze…così…a gruppi…Che fare???”

 

C’era a volte fatica nel rapportarsi con alcuni adulti e ristoro nell’incontro con i piccoli.

C’era frustrazione nel dover accettare che qualche ragazzo non si lasciava salvare, e speranza nel vedere che qualcuno ce la faceva!

 

Nel 2007, quando tornai a settembre, come prima cosa visitai  la nuova  casa che AGAPE aveva realizzato per la CFMPDC l’anno precedente: accoglieva  nove bambini, fino ad allora ospitati in una casa in affitto.

L’impegno di Mario era stato ripagato perché il risultato era molto bello: spazi ampi e luminosi in cui i bimbi potevano muoversi con libertà!

Purtroppo, la nuova casa portava i segni delle ondate di rabbia che i ragazzi che non erano riusciti a controllare e avevano sfogato contro porte, vetri e mobili! La loro sofferenza e le loro energie negative, delle volte non trovano altro sfogo…nonostante le punizioni, i rimproveri e le spiegazioni …noi adulti non possiamo far altro che assistere e soffrire con loro, sperando che l’”onda di turbamento” passi presto e torni il sereno!

E ogni cambiamento di adulti di riferimento (genitori sociali, assistente sociale, psicologa) era per i bambini/ragazzi causa di turbamento forte, in quanto riattivava il trauma di abbandono che ciascuno di loro aveva subito al momento del distacco/perdita dei genitori naturali.

Queste situazioni ci costringevano a  riflettere sull’urgenza di trovare, per ciascuno di questi bimbi, una situazione affettiva “stabile”, ma la soluzione non era purtroppo né semplice né immediata, né, soprattutto, dipendeva da noi.

Oggi, da madre adottiva, ripenso a quella realtà con più tristezza e rabbia, ma ancora senza certezze.

Sempre più ci convincemmo che era importante sostenere con il “supporto distribuito” le famiglie in difficoltà per prevenire, se possibile, che alcune situazioni degenerassero fino a rendere inevitabile l’istituzionalizzazione dei minori.

Il volontariato deve pure “risvegliare le coscienze” soprattutto delle autorità pubbliche, e anche per quello credevamo fermamente nel progetto del “supporto distribuito”.

Del CDPT scrivevo:

“Come ogni anno, molti dei volti dei ragazzi e bimbi (circa 30) accolti presso il CDPT erano diversi da quelli dell’anno prima. Pian piano mi sto convincendo che questo, in fondo, è buon segno, in quanto vuol dire che la missione è riuscita a individuare un ambiente familiare in cui reinserire i ragazzi. A conferma di ciò, le bambine che sono lì da più anni sono proprio quelle più problematiche, per le quali la solitudine è uno spettro fin troppo reale.

Fortunatamente, poi, tanti ragazzi che sono passati per il CDPT non perdono i contatti con la missione, dove sanno di poter trovare sempre una mano tesa per loro, quando sono in difficoltà.

Questa loro capacità di accogliere, perdonare e sostenere è forse l’insegnamento più alto che traggo da questa esperienza annuale”.

 

Nel 2008 tornai in Brasile con Franco, da neo marito, Mario, Simone, Martina e Simona, per visitare le missioni e...costruire una casa, questa volta, per il CDPT.

Ecco cosa scrivevo:

Siamo qui per realizzare, grazie anche al significativo aiuto del Gruppo Terna, la Casa di accoglienza presso il CDPT, il sogno di Geni.

Siamo qui anche per verificare lo sviluppo e le necessità dei tanti progetti che accompagniamo a Foz do Iguaçu. Sono così tanti che da sola non riesco più a seguirli con l’amore e l’attenzione che occorre. Grazie al Cielo sono con me Martina e Franco, mio marito da Aprile scorso e sin dall’inizio mio compagno di “missione”.

Abbiamo avuto il piacere di avere con noi, anche se solo per qualche giorno, anche Simona, referente di un’altra missione in Brasile e Simone, un giovane volontario, alla sua prima esperienza ma validissimo sostegno al nostro Mario. Mario, sempre presente quando si tratta di realizzare opere importanti e che richiedono esperienza e amore, è qui nonostante il suo fisico provato dalla recente missione in Congo e da un’infezione renale! La Grande Fede e la “testa dura” sono il segreto del “suo successo”!

Da quando sono qui ho visitato una “nostra” ragazza che ha dato alla luce una bellissima bimba, ed una ex-mamma sociale che ha perso il papà.

Vita, morte, salute, malattia…gioia e dolore…ignoranza, povertà, abbondanza…si alternano così tanto nelle esperienze quotidiane che viviamo qui a Foz che darne testimonianza è impossibile!

E’ una realtà complicata e contraddittoria in cui noi seminiamo, con il vostro aiuto e sostegno. Accompagnarla e cercare di comprenderla è difficile, ma continuiamo a provarci. Pensiamo che valga la pena !

Questo scriveva Franco:

Anche stavolta torno a casa confuso dalle molte contraddizioni di questo paese: così ricco e così povero, così allegro e così violento, in cui molte cose cambiano velocemente e molte altre sembrano non cambiare mai. Ma anche stavolta porto con me il ricordo di tante persone che hanno poco o nulla e che si donano agli altri con generosità, della gioia dei bambini nel ricevere una letterina dall’Italia scritta proprio per loro, dei momenti di allegria e di convivio con gli altri volontari. Grazie!”

Questo scriveva Martina, sintetizzando ottimamente il nostro lavoro:

“Terza volta a Foz do Iguaçu…ogni anno un compito diverso…il primo è stato  un semplice osservare questa realtà diversa dalla mia. Il secondo ho lavorato con i bambini facendo  un corso di danza, questa volta ho spalleggiato l’assistente sociale facendo le visite alle famiglie sostenute da AGAPE. Un compito più difficile per me, per come sono fatta, perché  richiede una maggiore obbiettività…infatti sono sempre la prima a farmi coinvolgere dalle parole, dalle situazioni , dai volti…e molte volte pecco per la poca obbiettività. E’ chiaro che c’è tanta gente sfortunata, che soffre ma bisogna riuscire a capire e a selezionare chi è in grado di far fiorire il piccolo seme che AGAPE riesce a dare.

E’ un lavoro che stanca molto ma è anche molto interessante in quanto permette di toccare le varie realtà che Foz cela.

Ovviamente non è un lavoro che ho fatto da sola, le decisioni finali, riguardanti ogni famiglia, le abbiamo prese con Bianca e funzionari del posto. Ci sarebbe molto da dire su ogni situazione vista, ma mi dilungherei troppo…è una realtà a volte inspiegabilmente cruda e violenta, ma è affascinante vedere come riesca a sbocciare comunque un bellissimo fiorellino qua e là.”

E questo quello che scriveva Simone:

“Piú di 10.000 km di distanza eppure gli stessi bisogni dei nostri bambini. Scuola ed affetto.

Un paese difficile e un paese ricco…un paese pieno di contraddizioni.

Paese dove trovi mamma, papá e 4 figli in una casa di 18 m², con due letti, fornelli e armadio tutto nella stessa stanza. Ma anche paese che dona tanta accoglienza anche nel poco, con un bacio e un abbraccio come saluto.

Bello il Brasile...ma non quando ti rendi conto che la vita rovinata dei bambini dipende dai loro genitori. Spesso lo studio e l’affetto sono distribuiti dalla televisione.

Che fortuna che ho io a poter viaggiare

Che fortuna che ho io ad aver studiato e a poter studiare ancora

Che fortuna che ho io che mamma non mi ha mandato per la strada a vivere

Che fortuna che ho io che ho una casa in mattoni dove i miei genitori non si picchiano e non si ubriacano

.....e in un mese cosa ho visto io del Brasile?!?

Scuola ed affetto.”

 

Il 2009 fu il mio ultimo anno a Foz.

Da qualche tempo infatti sentivo il bisogno di condividere con qualcuno la “gioiosa responsabilità” che mi ero assunta nel 2001.

Negli anni i progetti a Foz do Iguaçu erano aumentati e, alla lunga, le mie energie si erano rivelate insufficienti: occorre offrire il meglio di se stessi e del proprio cuore quando si tratta di vite sofferte.

Come ogni legame importante, quello con le realtà che sosteniamo assorbe tantissime energie sia fisiche sia emotive anche quando c’è l’oceano in mezzo.

Notizie dolorose che arrivano a turbare, decisioni complicate e delicate da maturare, non lasciano indifferente chi opera con amore.

Anche cercare di dare informazioni e notizie con costanza, impegno, sincerità, chiarezza e trasparenza, per fare da “ponte” tra il nostro ed il loro mondo, conquistare e mantenere la fiducia dei referenti delle istituzioni supportate e dei ragazzi là e dei sostenitori qui, senza rinunciare a “pungolare” là e qui, ove necessario, può essere molto usurante.

In tutti quegli anni ho potuto sempre contare sull’aiuto di tanti amici, anche per tradurre relazioni e letterine dal/al portoghese, ma nel 2009 sentivo di aver esaurito le energie necessarie per accompagnare con il dovuto amore le la CFMPDC ed il CDPT che peraltro negli anni avevano raggiunto un buon equilibrio organizzativo ed economico.

Il Comune di Foz, infatti, aveva nel tempo reso più congrui i contributi riconosciuti alle istituzioni supportate da AGAPE e le famiglie bisognose, desiderandolo, avevano accesso a varie forme di sostegno. Questo mi dava ulteriore serenità.

La vita mi chiamava ad un’altra missione importante e bella, ed io mi dovevo preparare…

Maria Pia Franco ha raccolto il mio grido di aiuto e, conquistata dall’esperienza fatta a Foz, ha accettato di assumere la responsabilità dei progetti.